Mi trovo seduta nel prato, la terra è leggermente umida, ma ho deciso che non mi importa. Si sente quell’odore frizzantino tipico dell’erba primaverile appena tagliato e si vedono i primi fiori selvatici farsi coraggio anche se il freddo in alcune giornate fa ancora capolino. Davanti a me scorgo in lontananza gli alberi di ulivo, il paesaggio che ha sempre caratterizzato la mia infanzia e di cui non mi stancherò mai, e in cielo tra nuvole sfumate, come pennellate leggere su una tela, stormi di uccelli che si muovono a gruppi verso l’uliveto, non silenziosamente. Allora torno al mio taccuino e alla musica che si riproduce attraverso le cuffie e una lacrima non può che cadere sulla pagina, andando a stropicciare una riga precisa e a sciogliere l’inchiostro fresco della biro. 

Il fatto è che non è un luogo a mancarmi oppure  il vagare senza meta come a pretendere dal cosmo una certa libertà, ma l’umanità di un’amica che mi abbraccia proprio quando l’unica mia richiesta e restare sola. Mi mancano le mani che si uniscono a formare una rete che trattiene tanto amore e allo stesso tempo allenta  la tensione che si aggrappa alle mie spalle con artigli uncinati e mi manca la preoccupazione, quella banale.

Tornerà presto la normalità, quando potrò dire “ci vediamo domani” e mantenere la promessa, per ora non mi resta che il mio taccuino ed il tramonto, che non è solo mio, ma anche vostro.

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