Era il sette luglio quando seduta nelle vicinanze di quel posto sicuro che chiamavo casa, attendevo un segno. Forse si sarebbe trattato della scia di un aereo, o di una farfalla dalle ali leggere e policromatiche che si poggiava sul fiore che vedevo ai miei piedi oppure del comparire della luna e delle stelle ad una ad una sul calare della notte. 
Aspettavo perché non avevo altro da fare che immaginare cosa sarebbe potuto succedere dopo quell’attesa che era così dolce, ed era un po’ un rifugio e un incanto. In quel momento assistevo ad uno scorcio di romanticismo superstite: quei due in lontananza che si solleticavano le mani a vicenda e si sorridevano senza un apparente motivo.
Forse era questo il segnale, forse era l’ebbrezza del tramonto da cui fui inebriata, e tutto pareva come aderire un po’ meno alla gravità o forse ero io a sentirmi più leggera in quanto partecipe di quella incantevole magia.
Giulia Di Bari

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